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Centro Tara Cittamani
Padova, via Lussemburgo 4
Tel. +39 049 8705657
cel. 349 8790092
dalle ore 18.00 ad ore 22.00
info@taracittamani.it
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©
Inartis
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Ven.
Lama Thubten Zopa Rinpoche |
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Direttore spirituale della FPMT, è la
reincarnazione di Kunsang Yesce, uno
yoghi sherpa della scuola Nyngmapa: il
lama di Lawudo.
Rinpoce nacque nel 1946 a Thami in
Nepal, in una zona dell'Everest non
lontana dalla grotta di Lawudo, dove il
suo predecessore aveva meditato negli
ultimi vent'anni della sua vita.
Discepolo di Lama Yeshe e ora tutore di
Lama Osel, Lama Zopa Rinpoche è il
Direttore spirituale e l'instancabile
guida di tutti i centri Fpmt. Lama Zopa
viaggia in continuazione per i Centri,
insegnando e guidando migliaia di
studenti. Rinpoche è noto come un
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perfetto esempio degli insegnamenti che offre e mostra tutte le qualità di un bodhisattva nel suo instancabile e
compassionevole lavoro per gli altri. Di tanto in tanto, dando insegnamenti nei vari
centri intorno al mondo, Rinpoce si è soffermato
a raccontare storie e aneddoti della sua
infanzia a Thami, in Tibet dove andò all'età di
10 anni, e in India dove incontrò per la prima
volta Lama Thubten Yesce, e con cui restò come
discepolo principale finché Lama non lasciò il
corpo, nel 1984.
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Lama Zopa racconta la sua infanzia
Non ricordo l'aspetto di mio padre, penso che
morì quando mia madre aspettava mio fratello
Sanghie e io ero ancora molto piccolo. La gente
diceva che aveva la barba e che non parlava
molto; lo descrivevano come una persona pacifica
e non facilmente irritabile. Non so se sia mai
stato monaco, però mi dissero che era molto
bravo a leggere le scritture e a fare le puje
per gli altri. Poco prima di morire mio padre si
ammalò. Un giorno mia madre, al ritorno dal
lavoro nei campi, lo trovò in silenzio seduto
vicino al fuoco; avvicinandosi, gli chiese se
avesse bisogno di qualcosa, ma lui non rispose. |
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Il suo corpo era dritto, forse era in meditazione, ma penso che mia madre non lo capì. Uscì per consigliarsi con alcuni amici, ma anche loro non sapevano cosa fare. Avrebbe dovuto chiedere a un
Lama, ma la sua comprensione era molto limitata.
I suoi amici probabilmente pensarono che fosse
morto, per cui le dissero di trasportare il
corpo fuori di casa e bruciarlo.Mia madre non
andò alla cremazione - forse perché non era
un'usanza sherpa. E' possibile che mio padre al
momento della cremazione non fosse ancora morto,
ovvero che la sua mente non si fosse ancora
separata dal corpo. Le persone che assistettero
alla cremazione dissero a mia madre che mio
padre appariva così vivo da non sembrare per
niente morto. Tutto ciò che ricordo di mio padre
erano i vestiti che lasciò in casa. Quando
eravamo ancora molto piccoli, la notte dormivo
con mia sorella e mio fratello sotto la "chuba"
di mio padre, che era foderata di pelo. Ogni
tanto ci dicevamo "Questa apparteneva a nostro
padre."
Quando mio padre era ancora vivo, la nostra
famiglia viveva in condizioni migliori di molte
altre della zona. Avevamo qualche possedimento
anche se, per lo standard di vita occidentale,
molto probabilmente eravamo ricchi di
spazzatura. Quando mio padre morì, poiché mia
madre era piena di debiti, i nostri possedimenti
furono portati via con la forza. Lei aveva avuto
delle grandi difficoltà, specialmente dopo la
mia nascita, poiché molti dei nostri animali -
pecore, capre e dri (femmine di yak) -
morirono.Mia madre doveva occuparsi di tutto del
lavoro nei campi, andare a far la legna nei
boschi, perciò trascorreva molte ore fuori casa.
Soltanto mia sorella la poteva aiutare, mentre
io e mio fratello trascorrevamo tutto il giorno
a giocare nei prati con pezzi di legno e sassi,
finché mia madre non ci chiamava a piena voce
per avvertirci che il pranzo era pronto.
Quando ero ancora piccolo il mio migliore amico
era un bambino che non poteva parlare. Giocavamo
insieme tutti i giorni. Ci piaceva fare dei
giochi che simulassero rituali. Vicino alla
nostra casa c'era una roccia molto grande con
dei mantra scolpiti. Mi sedevo in alto su questa
roccia e fingevo di dare iniziazioni, mentre gli
altri bambini cercavano di riceverle. Non
conoscevo le preghiere, per cui pronunciavo dei
suoni pretendendo di stare pregando.
(Effettivamente, penso che ancora adesso sto
giocando allo stesso modo). Fingevamo anche di
fare le puje. Alcuni ragazzini imitavano il
suono dei cimbali, mentre altri facevano i
benefattori. Mischiavamo la terra con l'acqua
sopra piccole pietre che i "benefattori"
servivano agli altri ragazzini come cibo.
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L'ingresso nel monastero
Poiché c'erano delle voci riguardo le mie
vite passate e avevo fin da piccolo un forte
desiderio di diventare monaco, all'età di tre o
quattro anni mia madre mi affidò ad uno dei miei
zii, un monaco che viveva nel monastero locale
di Thami, affinché potessi
imparare l'alfabeto. Ricordo che vi fui portato
sulle spalle di qualcuno. Ero veramente
birichino, volevo soltanto giocare e non stare
al monastero.
Mio zio mi insegnava l'alfabeto all'aperto, in
cortile sotto al sole, e quando lui rientrava
per cucinare coglievo l'occasione per correre a
casa da mia madre, che era |
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vicina al monastero. Ero molto piccolo e solo. Come la maggior parte dei bambini delle montagne non camminavo lentamente, ma correvo a casa come l'acqua delle cascate, senza fermarmi a riposare lungo il percorso. Al mio arrivo mia madre mi sgridava, rispedendomi al monastero. Sono scappato parecchie volte. Poiché scappavo spesso, mia madre decise di
affidarmi ad un altro zio nel monastero di
Rolwaling, in una zona molto più desolata di
Solu Khumbo. Fui portato là seduto sopra ai
bagagli. Là non c'era alcuna possibilità che io
potessi scappare a casa, perché era un percorso
molto difficile che richiedeva due giorni di
cammino e si dovevano attraversare montagne
innevate con passaggi molto ripidi e pericolosi.
E' successo più volte che, attraversando i
pendii e le scarpate innevate di quel percorso,
le persone venissero travolte dalle valanghe,
scomparendo completamente.
Una volta, quando ero già in grado di scrivere
(non avevamo penne, ma scrivevamo sulla carta
con pezzi di carbone) scrissi a mia madre di
nascosto a mio zio. Avevo una mente tortuosa e
siccome volevo andare a casa, nella lettera
chiedevo a mia madre di scrivere allo zio
dicendo che dovevo assolutamente tornare a casa.
Diedi la lettera a qualcuno che stava andando a
Thami, ma successe una cosa abbastanza buffa:
quando il messaggero arrivò da mia madre non
trovò più la lettera che aveva tenuto negli
stivali di pelle, molto probabilmente gli era
caduta quando si era fermato lungo la via per
scrollare la neve dagli stivali.
Per tre o quattro volte feci il viaggio tra
Thami e Rolwaling con mio zio insegnante. Lui mi
portava in spalla e mi dava da mangiare il cibo
che aveva preparato prima di partire. Mentre
camminavamo, mi passava dietro carne cotta e
altre cose. Soltanto una volta ci fu una
valanga, molto piccola, che sparpagliò tutti i
nostri bagagli. Le persone scivolarono giù per
la scarpata, ma non erano preoccupate. Mentre
raccoglievano le loro cose cantavano.
Il tragitto era veramente molto pericoloso, con
cascate d'acqua e rocce grandi e piccole che
cadevano costantemente. Le rocce grandi cadendo
facevano wooroodoo! e le piccole cadevano col
suono tiiing! C'erano moltissimi e diversi
rumori. Era terrificante. Non so perché, ma ogni
volta che dovevamo attraversare quel punto ci
fermavamo e ognuno di noi beveva un po' di
alcool, quello più forte, fatto dalle patate.
Gli sherpa sanno preparare tredici diversi tipi
di cibo con le patate, che è il loro principale
alimento, e una delle cose che fanno è un tipo
di alcool molto forte.
In Solu Khumbu le persone sono abituate a bere
alcool, compresi molti monaci, anche se alcuni
non lo fanno. Così tutti bevevano un po'
d'alcool e poi cercavano di scaldarsi
sfregandosi le mani. Erano capaci di trasportare
sulle spalle pesi enormi, generalmente due o tre
scatoloni di burro, cibo, coperte e materiale da
vendere. Attraversavano la zona con la speranza
che tutto andasse bene e si arrampicavano fra
l'acqua e le rocce fino alla cima.
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Andammo avanti e indietro varie volte e
fortunatamente mentre attraversavamo quei punti
difficili nessuna roccia è mai caduta. Comunque
ogni volta che ci fermavamo a riposare e
mangiare dopo aver raggiunto la cima del passo,
nell'altro versante le rocce cadevano:
wooroodoo! Molte volte ho pensato "Oh, qualcuno
sicuramente verrà ucciso!" Ma ogni volta le
rocce cominciavano a rotolare immediatamente
dopo che.l'ultima persona era passata. Per tutta
la durata dell'attraversamento ognuno recitava i
mantra che conosceva. |
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La principale tradizione in Solu Khumbu è quella nyngmapa, così la maggior parte delle persone si concentravano recitando il mantra di Guru Padmasambava. Non ricordo cosa facessi in quei momenti, se recitassi o meno i mantra, ma ricordo che venivo portato in spalle da mio zio. Naturalmente appena si raggiungeva il punto in cui il pericolo finiva, si interrompevano immediatamente tutte le preghiere. Ho vissuto a Rolwaling per sette anni. La valle
di Rolwaling è attraversata da un fiume ed è
circondata da alte montagne. Su un lato del
fiume c'era il monastero. Il gompa era
circondato da case dove vivevano i praticanti,
sia monaci che laici, e mio zio viveva con un
monaco e un altro lama sposato. Su una parte di
terreno pianeggiante si ergeva uno stupa, con
una strada che vi passava vicino. Sull'altra
sponda del fiume vi era uno spazio erboso molto
bello, dove spesso si fermavano con le loro
tende gli occidentali che facevano trekking.
Durante l'estate e l'autunno Rolwaling era
visitato saltuariamente da turisti. I portatori
sherpa li conducevano lì e alcune volte li
portavano anche a casa del mio maestro; altre
volte eravamo noi ad andare a guardare i turisti
nelle loro tende. Una o due volte anch'io sono
andato a vederli. Il ponte che attraversava il
fiume per arrivare in quel particolare punto era
costruito molto semplicemente, con due o tre
tronchi d'albero legati insieme. Per
attraversare il fiume si doveva camminare in
equilibrio su questi tronchi, che erano non
tanto larghi e abbastanza instabili.
Un giorno volli portare delle patate a certi
occidentali che si erano fermati a campeggiare,
non ricordo chi fossero. Il mio maestro mi disse
di non andare, ma credo di aver insistito
parecchio. Non so bene perché, ma avevo il forte
desiderio di portare le patate agli occidentali.
Così il mio maestro mi mise qualche patata in un
contenitore di ottone, che veniva usato
generalmente per mangiare il riso o per bere
chang, la birra locale. Mi avviai da solo e
arrivai fino al ponte. Il fiume era abbastanza
largo e quando mi trovai a metà del ponte, ebbi
l'impressione che il ponte scricchiolasse, persi
l'equilibrio e caddi nel fiume. La testa andava
su e giù. Secondo quanto mi disse il mio maestro
all'inizio ero rivolto verso il fiume in alto,
poi verso il basso. Fui trasportato dalla
corrente e di tanto in tanto la mia testa
emergeva. Il pericolo aumentava sempre più,
perché mi stavo avvicinando al punto in cui il
fiume era molto profondo. In un momento in cui
la mia testa era affiorata alla superficie,
ricordo di aver visto il mio maestro che correva
verso il fiume, dal monastero che era abbastanza
lontano. Vi era una parte di terreno
pianeggiante e una montagna dove sorgeva il
monastero. Vidi il mio maestro che correva
scendendo dalla montagna verso il pianoro,
tenendo i pantaloni sollevati.
In quel momento mi venne il pensiero: "Ora ciò
che le persone chiamano il Lama di Lawudo sta
per morire. Sta per giungere alla fine." Non
avevo molta comprensione del Dharma e non avevo
alcuna idea riguardo la vacuità, mi venne
semplicemente questo pensiero. Non avevo paura.
Se la morte venisse adesso avrei difficoltà, ma
a quel tempo ero perfettamente tranquillo. Non
c'era assolutamente paura, soltanto il pensiero
"Ciò che le persone chiamano il Lama di Lawudo
sta per morire". Stavo per raggiungere il punto
in cui l'acqua era molto profonda e dove sarebbe
stato molto difficile recuperarmi, quando il mio
maestro riuscì finalmente ad acchiapparmi e a
tirarmi fuori. Ero bagnato fradicio! Non sono
sicuro, ma credo che mi disse: "Ti avevo detto
di non andare." Penso che il.fatto di essere
caduto nell'acqua perdendo tutto, ciotola e
patate, fosse il risultato negativo immediato di
non aver seguito le sue indicazioni.
Successivamente qualcuno mi disse che uno degli
occidentali assisteva alla scena scattando
fotografie, mentre venivo trasportato dalla
corrente.
Rimasi a Rolwaling per sette anni, memorizzando
le preghiere e leggendo i testi, compreso le
centinaia di volumi degli insegnamenti di
Buddha,
il Kangyur, e i commentari dei Pandit indiani,
il Tengyur. I laici ci chiedevano di recitarli
come fossero puje, per cui il mio maestro
leggeva tutto il giorno. Non so quanto tempo
occorresse per leggerli tutti, probabilmente
molti mesi. Ogni tanto uscivo per andare alla
toilette e stavo fuori parecchio tempo, molto
più del necessario. Non rientravo velocemente a
proseguire la lettura.
In Tibet
Avevo circa dieci anni quando andai in Tibet con
i miei due zii. La ragione del nostro viaggio
era di andare in visita da un altro zio che
viveva a Pagri, uno dei maggiori centri
commerciali. Prima camminammo da Rolwaling fino
a Thami, poi da lì proseguimmo per il monastero
di Tashi Lunpo e quindi giungemmo a Pagri.
Mi sembra che il nostro viaggio durasse circa
sei mesi, durante i quali camminammo tutti i
giorni. Siccome ero abbastanza piccolo, non
dovevo portare nulla: portava tutto mio zio.
Trascorsi sette giorni a Tashi Lunpo, il
monastero del Pancen Lama, ma dal momento che
avevo lasciato Solu Khumbu, la mia intenzione
era quella di proseguire i miei studi a
Mindoling il più grande monastero nyngmapa del
Tibet, dato che tutti i monasteri sherpa erano
Nyngmapa. I miei progetti erano quelli di andare
lì per studiare e praticare.
C'erano moltissimi altri monasteri lungo il
nostro tragitto, ma nonostante ciò non avevo
particolari desideri di fermarmi. In precedenza,
quando avevo circa sette/otto anni, avevo letto
tre o quattro volte la storia della vita di
Milarepa, principalmente per fare esercizio di
lettura della lingua tibetana. A quel tempo
avevo le idee molto chiare riguardo al mio
futuro: desideravo essere un buon praticante e
trovare un guru infallibile come Marpa,
esattamente come lo aveva trovato Milarepa.
A Tashi Lunpo incontrai Gyaltsen, un monaco
sherpa che era come un dop dop [un monaco un po'
stravagante]. Aveva uno shamdab nero
completamente coperto di burro e teneva una
lunga chiave sempre con sé. Non sembrava che
dedicasse molto tempo né allo studio, né alle
puje, ma andava continuamente avanti e indietro
tra il monastero e la città. Io stavo con i miei
due zii ed uno sherpa. Non andavamo alle puje,
però ci mettevamo comunque in fila per ricevere
i soldi appena terminavano... molto
probabilmente eravamo stati istruiti e guidati
da Gyaltsen.
Proprio l'ultima sera prima della nostra
partenza Gyaltsen insistette affinché rimanessi,
diventando suo discepolo. Credo di non aver
dormito per tutta la notte pensando a come
uscire da quella situazione, poiché entrambi i
miei zii avevano acconsentito. Non avevo il
minimo desiderio di diventare suo discepolo. Non
vedevo alcuna scappatoia o via d'uscita su ciò
che avrei potuto fare il giorno successivo.
Fortunatamente il mattino dopo i miei zii
decisero che sarei andato con loro a Pagri.
I miei due zii, lo zio che abitava a Pagri e una
loro parente, che era una monaca, andarono tutti
a Lhasa a visitare i monasteri e fare offerte.
Mentre loro erano in pellegrinaggio, io rimasi a
Pagri senza far nulla di particolare. Indossavo
una vecchia "chuba" rossa e un vecchio cappello.
Avevo in qualche modo il karma di diventare
monaco perché un giorno, fuori dalla casa di mio
zio, incontrai un monaco molto alto, che era
amministratore di uno dei monasteri di Domo
Ghesce. Probabilmente per qualche tipo di karma
passato, appena mi vide mi chiese: "Vuoi
diventare mio discepolo?" e io risposi:"Si, va
bene." e quindi gli chiesi: "Puoi essere come
Marpa?" e lui mi rispose affermativamente.
Poiché i miei zii erano via, lui parlò con la
moglie di mio zio, che accettò la proposta. Il
giorno successivo lei preparò un thermos di tè,
riempì di pezzi di pane rotondo un contenitore
bhutanese fatto di legno di bambù (lei faceva un
pane tibetano molto buono, farcito con molto
burro) e mi condusse al monastero dove viveva
l'amministratore, proprio a pochi minuti di
strada da dove vivevamo. All'inizio quel monaco
non sapeva che ero ritenuto un "reincarnato", ma
in qualche modo ne venne a conoscenza. Per
averne la certezza fece le divinazioni,
consultando un oracolo. L'oracolo invocò il
principale protettore del monastero e
l'amministratore gli chiese se la storia fosse
vera. Ricordo molto chiaramente che la risposta
affermativa dell'oracolo arrivò in modo molto
potente.
Quando i miei zii tornarono da Lhasa volevano
che tornassi con loro a Solu Khumbu. Dissi loro
che non volevo tornare. Il mio secondo zio,
quello col quale avevo trascorso sette anni, fu
molto gentile, anche se in quel particolare
frangente non riconobbi la sua gentilezza: mi
picchiò. Poiché mi opponevo all'idea di tornare,
l'altro mio zio - quello che viveva in Tibet e
che faceva il commerciante - tirò fuori un set
completo di vestiti monastici di broccato,
nuovi, con cavalli che li decoravano e così via,
li ammucchiò di fronte a me e disse: "Se torni a
Solu Khumbu ti regalo tutte queste cose,
altrimenti non avrai niente." In quel momento
non ero molto interessato a quei regali. Non
ricordo di aver avuto una particolare attrazione
per le cose che mi avrebbe dato se avessi
accettato di tornare a Solu Khumbu.
Poiché rifiutavo l'idea di tornare a Solu Khumbu,
il mio tutore andò a consigliarsi con uno degli
uomini più potenti del distretto, il segretario
di una famiglia molto famosa e ricca, di grandi
benefattori del monastero di Domo Ghesce Rinpoce.
Quando chiese il suo punto di vista, lui rispose
che sarebbe stato meglio se fossi tornato a Solu
Khumbu. Dovetti perciò presentarmi al giudice
del distretto. Prima del colloquio mi chiusero
in una stanza molto buia. I benefattori locali
in effetti credettero che fossi stato rinchiuso
in una stalla. Le donne che mi conoscevano mi
portarono da mangiare di nascosto dolci e altre
cose, che facevano passare attraverso piccole
fessure. Il giudice del distretto arrivò e fui
chiamato a presentarmi davanti a lui nudo (non
so perché fossi nudo - ho dimenticato quella
parte della storia).
Poiché la stanza dove ero stato rinchiuso era
buia e molto, molto fredda, ero tutto tremante.
Il giudice disse che avevo il diritto di fare le
mie scelte sia che volessi andare o stare. Così
mi fermai per tre anni a Pagri. Tutti i giorni
andavo nelle case della gente a fare puje. Presi
l'ordinazione da getsul nel monastero di Domo
Ghesce Rinpoce, che era considerato
un'emanazione di Lama Tzong Khapa. In precedenza
avevo conosciuto.molti monasteri, ma a causa del
mio karma divenni monaco soltanto in quel
monastero ghelupa.
Nel marzo del 1959 i cinesi invasero il Tibet,
ma poiché la zona in cui noi stavamo era vicina
all'India, non c'era un pericolo immediato. Più
tardi, durante quello stesso anno, mi furono
date le istruzioni per fare il mio primo ritiro
sul Guru Yoga di Lama Tzong Khapa, che feci in
un monastero vicino che si chiamava Pema Choling,
una succursale del monastero di Domo Ghesce
Rinpoce. Non sapevo niente della meditazione,
semplicemente recitavo la preghiera e qualche
mantra di Migtsema. Penso che finii il ritiro,
ma non ricordo come lo feci né quanti mantra
recitai.
La fuga in India
Alla fine del 1959, quando le minacce di torture
si fecero imminenti, decidemmo di scappare in
India. Una volta sentimmo che le truppe cinesi
sarebbero arrivate al monastero di Pema Ciöling
in due giorni. La stessa notte, in gran segreto,
ce ne andammo. Per raggiungere il Bhutan
dovevamo attraversare soltanto una montagna. Una
notte, poiché era molto umido e non riuscivamo a
vedere bene la strada, avemmo un po' di problemi
perché, scivolando nel fango, finivamo con lo
sprofondare.
Al confine vi erano i nomadi. Avevamo sentito
dire che fra di loro si nascondevano delle spie,
perciò se ci avessero visto sarebbe stato
difficile scappare. Per fortuna quella notte,
anche se i cani abbaiarono, i nomadi non
uscirono dalle loro tende.
Finalmente raggiungemmo l'India. Arrivammo a
Buxa Duar, nel nord, dove il governo indiano
offrì ospitalità ai monaci provenienti dai
monasteri di Sera, Ganden e Drepung, insieme ai
monaci delle altre tradizioni. Al tempo degli
inglesi, Buxa era stato usato come campo di
concentramento e vi erano stati imprigionati
anche il mahatma Gandhi e Nehru. Dove era stato
prigioniero Gandhi divenne il convento femminile
e la prigione di Nehru divenne la sala di
preghiere del monastero di Sera.
Avevo programmato di andare a Darjeeling, perché
là c'era una succursale del monastero di Domo
Ghesce Rinpoce. Il capo della polizia di Buxa
mandò tutti gli altri monaci del mio gruppo a
Darjeeling, ma per qualche ragione quando venne
il mio turno mi fermò. Disse che un altro monaco
doveva stare con me, lì a Buxa. Fu a causa di
quel poliziotto che non mi lasciò andare a
Darjeeling che mi fermai a studiare a Buxa. Non
so perché non mi avesse lasciato andare, nessuno
gli aveva dato istruzioni in quel senso.
A Buxa, come successe anche a molti altri
monaci, contrassi la tubercolosi a causa delle
cattive condizioni igieniche e del clima. Fui
invitato a Delhi dalla seconda monaca
occidentale, che si chiamava Frida Bedi (la
prima monaca inglese morì a Darjeeling). Lei
aveva visitato Buxa, dove tutti i monaci
vivevano insieme, e si era particolarmente
occupata dei Lama reincarnati. Ne invitò molti a
frequentare la scuola che aveva aperto per
insegnare l'inglese. Veniva insegnato anche
l'hindi, ma penso che il suo scopo principale
fosse quello di insegnare l'inglese.
Trascorsi sei mesi a Delhi e fu allora che la
TBC si sviluppò. Prima contrassi il vaiolo e
dovetti stare quindici giorni in un ospedale che
era molto lontano dalla scuola. Quando fui
dimesso dall'ospedale contrassi la TBC, per cui
fui messo in un sanatorio. In quell'ospedale
piansi per tre giorni. La ragione per cui
piangevo era che non avevo l'opportunità di
imparare l'inglese. In quel periodo avevo la
grande ambizione di.imparare l'inglese, per cui
piansi per tre giorni e non volli parlare con
nessuno, neppure con i ragazzini indiani che
stavano nel mio stesso reparto. Quando entrai in
ospedale mi misero il pigiama dell'ospedale.
Negli intervalli andavo all'aperto, dove potevo
vedere il traffico della strada attraverso la
palizzata. Allungavo le gambe attraverso la
palizzata tenendo il mio libro di inglese fra le
gambe e piangevo. I ragazzini indiani,
riunendosi intorno a me, dicevano: "Lama, non
piangere! Non essere triste!", tuttavia non
parlai con loro per tre giorni. Nel reparto
degli uomini anziani incontrai un indiano molto
gentile che accettò d'insegnarmi inglese. Avevo
un libro di inglese colloquiale che mi aveva
dato Thubten Tsering, il segretario di S.S. Ling
Rinpoce. Mi piaceva molto questo libro e presi
l'abitudine di andare nella camera dell'indiano
per imparare un po' di parole, così migliorai.
Rimasi a Delhi sei mesi, alla fine dei quali
dovetti sostenere anche un esame di inglese.
Partecipai anche a un incontro con l'allora
primo ministro Jarwardal Nehru, che era molto,
molto vecchio e aveva la pelle bluastra. Ricordo
che stava sdraiato su una specie di sedia e non
su di un letto.
Tornai finalmente a Buxa per continuare i miei
studi. Feci un po' di dibattito, ma più come
gioco che per vero studio. Sfortunatamente, non
credo di aver accumulato molto karma per
studiare i testi in modo completo. Ho tuttavia
ricevuto insegnamenti su alcuni testi filosofici
e un po' di impronte sono rimaste nella mia
mente. In quel periodo credo di essermi
impegnato di più a imparare l'inglese, però in
un modo inutile perché cercavo di imparare molte
parole seguendo il metodo che si usa per
memorizzare i testi tibetani. Una volta pensai
di imparare a memoria tutto il dizionario. Il
metodo di studio tibetano è basato
prevalentemente sulla memorizzazione, per cui
credevo che se avessi memorizzato molte parole
sarebbe stato utile. Non sapevo che si dovesse
fare particolare attenzione agli accenti e che
occorresse molta pratica di conversazione.
Comunque a Buxa non c'erano molte opportunità di
praticare l'inglese, a parte usare alcuni
vocaboli quando si incontravano gli ufficiali
indiani. Memorizzai molte, molte parole da
diversi libri e dal Time magazine. Me le
dimenticavo e tornavo a memorizzarle, le
dimenticavo e le memorizzavo di nuovo proprio
come si fa con i testi tibetani. Ho impiegato
molto tempo per fare questo, ma fu inutile; non
era proprio il modo di imparare l'inglese.
L'insegnamento di Ghesce Rabten e Lama Yesce
A Buxa ebbi come insegnante Ghesce Rabten
Rinpoce, la cui gentilezza è stata causa di
qualsiasi tipo di interesse io abbia adesso
nella pratica della meditazione. Per la
gentilezza di Ghesce Rabten Rinpoce ho
riconosciuto il mio Guru radice (Kyabje Trijang
Rinpoce). Ghesce Rabten mi insegnò le
meditazioni sulla vacuità e samatha e anche se
ero molto piccolo ero molto interessato. Provavo
a meditare sul mio letto dopo essermi riparato
sotto la zanzariera. Mi ero abituato a meditare
sul coperchio d'argento della mia tazza da tè,
anche se non sapevo come. Provai a meditare
concentrandomi univocamente, ma fallii! Non so
bene cosa successe: il mio corpo stramazzò a
terra. Successe diverse volte finché alla fine
smisi. Probabilmente in quella casa erano emerse
delle impronte dovute alle vite passate. Questa
è la ragione per cui ho un po' di interesse nel
lam-rim, più che nella pratica di meditazione.
Dopo questo periodo Ghesce Rabten fu molto
impegnato, perciò mi mandò a studiare con un
altro maestro che veniva dal Kham e che si
chiamava Yesce. Da questo insegnante ho ricevuto
le istruzioni sulla meditazione e la
visualizzazione di Ganden Lha Ghiema e sulla
gentilezza degli esseri senzienti nostre madri,
dal testo della Prajna Paramita dove parla di
quell'argomento. Non vi erano scritti a
disposizione, per cui il maestro Yesce doveva
insegnarmi facendo affidamento alla sua memoria.
In Tibet non avevo imparato a scrivere il
tibetano, perciò mi misi a studiare per conto
mio, copiando tutto, proprio per essere in grado
di leggere. Più tardi il maestro Yesce volle
dedicarsi ad un altro tipo di vita, così lasciò
Buxa per vagare e stare in vari posti in India.
C'era un monaco nella mia stessa classe che la
maggior parte delle persone conoscevano come
Ciompel - è stato il cuoco a Kopan per molti
anni. Insieme a Lama Pasang e ad altri monaci
tibetani stava ricevendo insegnamenti da Lama
Yesce. Fino ad allora stavo ricevendo
insegnamenti soltanto da Ghesce Rabten, ma e
soltanto quando non era impegnato, perché aveva
molti discepoli e insegnava testi diversi in
molte classi.
Dopo che l'insegnante Yesce se ne andò, Ghesce
Rabten mi mandò a ricevere insegnamenti da un
altro ghesce, che ora non è qui e che in seguito
pensò che avrei dovuto ricevere insegnamenti dal
monaco tibetano Ghesce Thubten. Ero contento di
ricevere insegnamenti da un ghesce, mentre ero
un po' riluttante ad andare a ricevere
insegnamenti da Lama Yesce, di cui Ciompel
parlava tanto. In quel periodo Ciompel era la
guida della classe e continuava a incoraggiarmi
affinché andassi a ricevere insegnamenti da Lama
Yesce.
Ciompel aveva l'abitudine di uscire a
passeggiare per rilassarsi. Un giorno
cominciammo la nostra passeggiata incamminandoci
verso la casa di Lama, ma non avevo offerte.
Quando arrivammo all'albero di mango dove
c'erano dei sedili dissi: "Voglio tornare
indietro", però lui insistette per cui prosegui
ancora un po'. Mi fermavo continuamente dicendo:
"No, non voglio andarci", ma lui continuava a
spingermi. Il luogo dove viveva Lama Yesce sulla
montagna era abbastanza lontano, circa un'ora di
cammino. Perfino quando raggiungemmo la capanna
volevo tornare indietro, in parte perché non
avevo portato con me alcuna offerta.
Quando si crea il primo contatto con il guru è
molto importante fare le offerte nel modo
appropriato. Come probabilmente saprete dalla
storia della vita di Milarepa, il numero degli
insegnamenti che si riceveranno dipende
moltissimo da quell'offerta. Per questa ragione
a Buxa non ricevetti molti insegnamenti.
Ciompel aveva portato una ciotola di riso,
qualche rupia e una kata molto povera e vecchia.
Entrò per primo e chiese a Lama Yesce se poteva
ricevermi. Credo che Lama gli chiese: "Hai avuto
il permesso da Ghesce Rabten?" e lui rispose
affermativamente. Io avevo chiesto a Ghesce
Rabten da quale maestro sarei dovuto andare per
ricevere insegnamenti, ma lui non mi aveva fatto
alcun nome. Era un insegnante molto abile che
conosceva esattamente ciò che fosse meglio per i
suoi discepoli.
Il primo giorno sedetti sullo stesso letto
insieme a Lama Yesce perché ero considerato un
"reincarnato", mentre gli altri sedevano sul
pavimento. L'insegnamento era su causa ed
effetto. Non capii niente, credo perché ero
andato con una cattiva motivazione..Pensai:
"Perché Lama Yesce non insegna un po' più
adagio?" Sebbene gli altri capissero, io non vi
riuscivo.
Il secondo giorno potei capire un po' meglio,
penso perché ero stato guidato da Lama Yesce in
molte altre vite. Anche se non avevo un forte
desiderio, c'erano una forza e un karma molto
forte fra me e Lama Yesce; abbiamo avuto
sicuramente dei forti contatti nelle vite
passate. Non solo mi ha aiutato e guidato in
questa vita, ma ha piantato i semi nella mia
mente in molte vite passate. E' chiaro che tutte
le felicità del passato, presente e futuro
dipendono dal guru.
(Da Mandala, newsmagazine of the F.P.M.T,
nov-dec. '95)
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